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TUTTO QUELLO CHE VUOI SAPE' SUI RISTORANTI...
...SUI BAR, SUL BERE E SUL MANGIA'.


punto primo, LE SCICCHERIE A SCHIOVERE.
 

cioè tutta na serie di cose ambigue imposte dalla massoneria dell'eleganza, e nessun cristian de sica s'è mai alzato e ha detto scusate ma che so' ste cafonate.
eccole qua.
i tubi delle marmitte lunghi un metro per macinare il pepe a tavola.
le tovaglie di seta, e le bomboniere-fermaposto, e i tovaglioli piegati a cigno.
i piatti in ardesia, che quando il cameriere deve sparecchiare, per alzarli dal tavolo ci vuole solo l'ogna del mignolo di gerozzo il salumiere.
le superbe sciabolate per la sciampagna, i cannelotti vicino alle magnum, i piattini d'oro bianco per il pane mozzicato.
le palme a led fuori ai cornettari, e le mini-insegne cinesi KEBAB/APERTO/PIZZA.
l'abbinamento trendy zenzero fresco e tazzona di rame.
il prosecchino prima di tutto, perché chi ben comincia ecc. - tre euro a bottiglia al supermercato, che ti apre così tanto lo stomaco che te lo buca.


punto secondo, IL RISTORANTE TIPICO CHE NA VOLTA ERA LA TIPICA TRATTORIA OCESS. 

si chiama sempre ADDU' più NOME PROPRIETARIO oppure SOPRANNOME BASTARDO, oppure ADDU' più NOME DELLA BUONANIMA DEL NONNO DEL PROPRIETARIO, il quale l'ha fondato sempre duecento anni prima di tutti i suoi rivali.
e vai coi tavolini in mezzo agli incroci di strade intasate da risciò e suv, e i camerieri servono sugli sh, e tu resti ingabbiato in strutture abusive chiuse da teloni di plastica atti a non disperdere il calore dei funghetti - che se capiti col tavolo sotto a uno dei suddetti, esci come se ti sei fatto una trifacciale da inferno caliente sunlights.
in questi posti, non si sa perché, il pesce è sempre freschissimo, sempre di mare, sempre preso co l'amo da un pescatore a marechiaro mentre cantava fenesta vascia.
lo spaghetto co le cozze delle saittelle, un grande classico, che ci devi perdere un'oretta per sgusciare le cozze che ti hanno buttato dentro al piatto co tutto lo struppone e lo scuorzo sulle valve.
non c'è alternativa alla falanghina, a meno che non prendi il vino della casa, che è solitamente una brocca di frizzantino abboccatiello co le percoche morte dentro.


punto terzo, IL VINO.

l'italia, il paese che amo, la nazione con più vitigni autoctoni nel mondo, potrebbe chiudere tutto, e vivere di solo vino e scogli strani in mezzo al mare.
ma sarebbe troppo facile, noi ci teniamo ad arrancare sempre, e quindi, appena possiamo, proviamo a chiavarci le curtellate da soli.
i wine bar, dove wine significherebbe vino, servono calici co dieci centilitri di succo d'uva fermentato a sei-sette euro l'uno, a temperatura ambiente, dove la temperatura ambiente può essere tanto quella di ferragosto quanto quella di dicembre.
bottiglie aperte due mesi prima, tappate col primo pezzo di sughero trovato sul bancone, e lasciate ad affinare sopra a una mensola, che magari all'inizio era un beaujolais e poi lo puoi vendere come porto.
e grazie a un'ardita sineddoche, il primitivo e il ghevztraminer - vabbè quello là, ci siamo capiti - sono diventati due sinonimi per la cougar di chiaia, per indicare un rosso invernale, e un bianco estivo, e basta.
ma già è assai, per gli americani si potrebbe fare una carta dei vini con un'unica scritta, AMARONE CENTO EURO.
e spera di non acchiappare mai allo scinziato che avverte il sentore di tappo quando già s'è sceso mezza bottiglia, oppure quello che pensa che gliela apri, fai assaggiare e, pure se non ha difetti, se non gli piace perché magari voleva qualcosa tipo un zuco di frutta a pesca, allo' gliela devi cambiare.

piccola postilla sulle birre.
quando vai in un pub e chiedi una doppio malto spillata sbattendoti i pugni sul petto perché ti senti un vichingo mo tornato dalla circumnavigazione della groenlandia, lascia stare, sei un ingegnere co la zella e chi ti guarda lo capisce, ed è chiaro che non hai mai fatto l'esame di fondamenti di produzione brassicola I.
ma dico io, ti sei sempre pigliato quelle belle birre industriali ultrapastorizzate che mentre le bevi già le stai pisciando, mo bbell e bbuono t'e mparat doppio malto, bah.

breve post scriptum sulla cougar di chiaia.
ella non esce di casa se non tiene un blister di amuchina nella borsa.
e intanto si nutre con scioltezza da dentro alle ciotole di nucelle e lupini rabboccate co le palette della nettezza urbana.
e soprattutto, non la far mai entrare in una cucina, potrebbe svenire se capisse che quei carpacci e quelle tartarre di pesce crudo che tanto le piacciono in realtà non vengono colti dagli alberi dell'eden da eunuchi coi guanti.


punto quarto, I VEGANI.

osteggiati e disprezzati dai portatori della giustizia culinaria, e cioè da intolleranti trappani obesi che spesso non concepiscono la commestibilità di roba come frutta, verdura, e/o l'utilizzo di erbe selvatiche e spezie, i vegani possono essere scissi in due fazioni contrapposte.
e cioè, quelli coscienziosi ed informati, che si devono sentir proporre ogni cazz di volta ok allora le potrei preparare il pollo, ah e teniamo pure una bell'orata all'acqua pazza, e che quando escono sono costretti a camminare per ore nella speranza di trovare un takeaway aperto che non metta i cicoli pure nelle vaschette di frutta.
e l'altro cinquanta per cento, i vegghi friendly, eroi moderni che hanno visto un video sugli animalucci scannati, che però la mozzarella di bufala se la buttano tranquillamente in corpo - il caglio animale in quel caso se lo immaginano creato da antonellina riccioli d'oro della prova del cuoco, assemblando tanto amore e un pizzico di spirito santo.


punto quinto, LE VERE ECCELLENZE DOP E IGP.

mo le trovi pure da peppino il boss dei iustell nella camionetta sul doppio senso.
gli hamburger sono sempre di chianina, la scottona è ormai diventata una razza bovina, carne di kobe everywhere.
e, ca va sans dire, tutti usano i famosi pistacchi di bronte, i gamberi di mazara del vallo, la provola di agerola, e il tenerissimo filetto del maialino nero casertano allevato co le playlist di bach e beethoven.
mai nessuno che na volta tanto ti dice senti, io prendo la roba a secchi nei discount, affinale un panino che pesa sei kili lo stai pagando cinqueuro, ma qua' maionese 'e diggione, jamm strunz.


punto sesto, IL CLIENTE HA SEMPRE RAGIONE.

sisì, ocazz.
a chi ha detto sto fatto, non gli auguro manco na morte di subbito.
nono, voglio solo che appena apre la locanda, si presenta l'avvocatone in pausa pranzo, che ha giustappunto deciso di iniziare la dieta, e gli dice mi raccomando anto', i friarielli senza olio se no lascia stare, e ce l'hai la fesa di tacchino nè, se no fammi un petto di pollo alla griglia, magro, e come contorno metticeli due spinacini baby, senza olio, mi raccomando, ah, una cola, zero, una colazero, se no ce l'hai una birra analcolica né, no il dolce oggi no, mi fai solo un decaffeinato, e il conto, aspè ma l'acqua era da mezzo litro e però mi hai segnato quella da cinquanta cl, vabbè ci vediamo domani, a mezzogiorno meno un quarto.
e poi, quando pensi che almeno nel weekend gli uffici so chiusi, egli si presenta di sera co la mogliettina, un'esaurita che va girando con uno yorkshire più infame di lei, e chiede ogni dieci secondi al cameriere una vaschetta co l'acqua per il cane, ché il cane tiene la cazzimma e l'unica cosa che fa è svacantarla puntualmente tutta a terra.
e a volte si portano pure i figli, quando proprio non hanno trovato a chi lasciarli, quei due piccoli stronzi che mangiano solo cotoletta e patatine mentre giocano co l'aipad.
di mancia manco a parlarne, l'avvocatone intende il ristorante come un'estensione del suo soggiorno, e lui mica dà la mazzetta allo srilankese che gli spiccia casa.
ma in fondo, la mancia non è fondamentale, visto che spesso se la sequestra direttamente il proprietario come rimborso per i bicchieri rotti dallo staff, oppure se la spartono democraticamente solo i senatori che faticano là dentro da almeno vent'anni.


punto settimo, GLI STELLATI E LA CUCINA DI MAMMA'.

no ma perché poi so entrato in quel ristorante tutto gnè gnè e quando so uscito mi so dovuto andare a mangiare un kebab.
i ristoranti stellati prevedono degustazioni infinite, cinque-sette-undici-sedici-ventuno portate, e regalano - per modo di dire - sazietà ed esperienze totali, assimilabili a un concerto di coltrane, a uno schema di sarri, a una grande pelle.
quindi, tralasciando tutta na serie di bistrò gourmet co gli sgabelli di paglia di design che so gourmet solo nelle guarnizioni co le strisciate di cremine rosse vicino ai quaranta grammi di pasta messi decentrati nel piatto rettangolare sei metri per tre, togliendo quindi i merdaiuoli del gusto, quella di sopra è la solita sparata di quegli autentici secchi della munnezza, che effettivamente è meglio se se ne stanno a casa a farsi ingolfare di parmigiane di mulignane a sedici strati preparate da matrone-chioccia che hanno sgravato debiti per la società, più che figli.
no ma quello come cucina mia mamma.
e arrivano i canadair a pranzo per spargere sale e olio sui piatti.
la cucina è scienza di abbinamenti e contrasti, studio di consistenze e percezioni aromatiche.
e vabbè, ma tu poi vai un po' a occhio.
sì ma lo sai come si dice, mast a uocchio, mast a capocchia.
l'approccio ai fornelli a come viene, per l'amor di dio, rispettabilissimo, cioè come cucinavano una volta la maggior parte delle nonne ed oggi tanti fuorisede calabresi, forse forse è quello che ti fa godere giusto per quei dieci minuti che stai mangiando, aaaah e comm'è bbell 'o mmagnà, e poi per le otto ore consecutive alla cena ti senti come dumbo 'mbriaco quando vede i mostri, spiritiando le anime del purgatorio.
in sostanza, se esco per andare a mangiare, mica voglio mangiare come a casa di mia mamma, se no allora le femmine tengono ragione quando dicono che siamo dei mammoni, piscioni, pezzidimmerda, chieraquellaputtananellatuacronologia.


punto ottavo, IL FOODPORN.

ovvero, l'arte di apparare le carenze d'affetto coi panini all inclusive, che na volta quando stavi a peste ti andavi a fare un poco di shopping compulsivo, e oggi invece ti scendi un parcheggio multipiano di carne schiattata, bacon croccante, uova, patatine, salse industriali, nippoli, la foglia d'insalata, carne schiattata già l'ho detto se non mi sbaglio - e gli fai prima la foto coi filtri però, perché la gente ti deve solo combattere.
nello specifico ho letto che il corpo potrebbe non aver bisogno dei suddetti hamburger XXXL, e neanche dei cornettoni ripieni con mars e pan di stelle di mondonutellone.
gli unici che forse hanno veramente bisogno che ti mangi roba come waffell col burro di arachidi sciolto sopra sono il tuo dentista e il tuo dietologo, così li fai faticare un poco.


punto nono, I CAMERIERI.

in italia, la piramide sociale vede, uber alles, i calciatori e i figli dei primari.
nell'ultima casta invece ci sono i paria nostrani, i musicisti jazz e il personale di sala.
a quanto pare tutti possono lavorare in sala, dai fuoricorso di scienze delle comunicazioni, alle sorelle quindicenni dei proprietari.
e in quella stanza coi tavoli, nella ristorazione di fascia media, tutti fanno tutto.
tutti prendono gli ordini, tutti si lanciano nel vendere vino, tutti gestiscono le prenotazioni e il flusso dei clienti in attesa, tutti incassano gli scontrini, tutti spillano le birre, tutti portano i piatti a tavola, nessuno parla inglese.
e quindi i bicchieri si rompono, e le cose si dimenticano, e le zuppe si versano sulle signore co le pellicce, e le scorte in deposito si fanno a sentimento.
e allora che succede, che l'imprenditore giustamente se la prende coi dipendenti, e improvvisamente si scorda del rischio d'impresa e si mette a fare la cooperativa di lavoratori solidali, e giustamente addebita a poveri maronni costretti a lavorare a meno di cinque euro l'ora i danni causati da una mancata organizzazione che egli non sa manco dove sta di casa, avendo lavorato fino a qualche mese prima nell'azienda del padre - che gli passava duemila euro al mese, solo che pareva brutto chiamarla paghetta e allora a un certo punto l'ha cominciata a chiamare stipendio.
l'altra deriva è l'ultra-professionalizzazione che diventa ultra-spersonalizzazione, e cioè quei pinguini-robot tutti impostati, co l'accento milanese che poi sono di casalnuovo, che portano sei piatti alla volta di cui un paio sotto alla scella pezzata, e tu non sapevi di essere andato al circo.
poi ci stanno i camerieri folkloristici, che o stanno costantemente sfasteriati e non ti cacano proprio, oppure ti trattano da fratellone, e tu non sapevi di avere un fratello abbonato.
ma comunque il fatto è sempre lo stesso.
un dipendente che lavora più di cinquanta ore a settimana, ma dove lo trova il tempo da dedicare alla famiglia, all'ozio inteso come ricotta, a un cinema, a viaggiare, a sburriare.
ed è così che si creano i mostri.
poi non ti meravigliare se nella vita tutti bussano a denari, o se tamponi a uno e quello subito va in ospedale a farsi mettere il collarino, lo schiavo che hai contribuito a formare, alla prima occasione, te lo metterà in culo per un euro in più.


punto decimo, QUELLE FOTTUTE RECENSIONI.

platone sosteneva che così come quando si è veramente felici non tieni proprio la propensione a fartene tutte foto e fotarelle, allo stesso modo, quando si esce da un ristorante col vino in testa e la pancia piena, la prima cosa sarebbe quella di andare a rimirar le stelle in una macchina coi finestrielli oscurati dai giornali, mica torni a casa e ti metti a scrivere una recensione, ma che te ne fott, al massimo non ci torni più in quel posto.
ma visto che oggi, prima di saper cucinare decentemente è sempre meglio che tieni un sacco di stelletelle su internet, allo' tu gestore inviti i blogger rinomati e i giornalisti enogastronomici che si vengono a scroccare na cena per un articolo, e poi ti compri i blocchi di feedback su ebay, e poi ti fai fare un sacco di recensioni da amici e parenti.
non ti biasimo eh, per me fai bene, però statti sempre accorto.
perché se esageri coi bucchini fai-da-te e ti sgamano, poi rischi di fare proprio la figura del vero pesce fresco di mare, 'o pesc pigliato c'a bbotta, the original.

abbuò, detto ciò, vi saluto, ciao.


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